Le mie cose sono troppe. Quale butti giù dalla torre? Nessuna.

Ma come faccio a farle tutte? Una alla volta.

LA STORIA DI UN ARMADIO



Non è che l'armadio sia particolarmente bello. Direi proprio di no. 
Un semplice mobile laccato, bianco, linee tese, manigliette tonde molto simili a bottoncini. Lo rendono allegro una cornice gialla in alto, più spessa, e in basso, più sottile. 
Tutto qui. 
Non c'è nulla di interessante nel suo aspetto e non credo si troverebbe a suo agio fra le pagine di una rivista d'arredamento accanto a molti suoi illustri colleghi.
Una volta, però, faceva la sua figura. Su questo non ci sono dubbi. Assieme al suo gemello, che ancora esiste, ma svolge un ruolo del tutto diverso - fratelli separati insomma - incorniciava la mia scrivania di ragazza, quella su cui studiavo, scrivevo il diario, facevo i primi lavoretti. 
Lavoretti non molto creativi in verità, legati più a necessità del momento, ma pur sempre di lavoretti si trattava.
L'armadio e suo fratello fecero egregiamente quello per cui erano stati acquistati: contenere i miei vestiti. Compito svolto con diligenza per almeno una dozzina d'anni.
Casa mia, a quel punto, venne ristrutturata, per metà arredata di nuovo, per l'altra metà arredata ... di vecchio. 
Non un riciclo selvaggio, si intende. Un riciclo meditato, uno smontaggio attento, un riutilizzo fantasioso. In certi casi con ottimi risultati per le capacità di allora.
In tutto questo fervore l'armadio fece una fine ingloriosa.
Apparentemente.
Venne messo dentro la lavanderia, dove tuttora si trova. Un ambiente nuovo, molto diverso, spazi più limitati, meno luce. Posto gradevole comunque, soprattutto per le piastrelle gialle del pavimento, perfettamente intonate alla sua cornice. 
Cosa contenesse i primi tempi, sinceramente, non è dato sapere. È lecito pensare fossero cose legate alla vita di tutti i giorni, oggetti da lavoro, strumenti da brava massaia. Quelle cose che servono a tutti, che richiederebbero una stanza sempre e comunque maggiore rispetto a quella disponibile.
Fece bene il suo dovere per altri dodici anni. E intanto il tempo passava pure per lui: qualche graffio sulle ante causato dagli scontri con lo stenditoio; le ante non più perfettamente allineate; gli scaffali interni con i bordi lievemente scrostati.
Tuttavia niente di serio, semplici acciacchi dell'età. Di strada da fare ce ne era ancora molta. E il poveretto subì senza lamentele i cambiamenti che si susseguivano abbastanza frequentemente dietro alle sue ante.
Ma un giorno avvenne il miracolo, la trasformazione, la consacrazione. Forse desiderata, non so. Di certo inaspettata. 
L'arrivo del pargolo di casa, il primo, non solo scombinò piacevolmente la vita dei due futuri genitori, ma determinò le sorti di molti mobili della casa che vennero aperti, esaminati, promossi o bocciati. Fu una reazione a catena, poco ma sicuro.
E l'armadio non fu risparmiato.
Probabilmente il poveretto pensava di aver fatto tutto quello che era possibile per un armadio e si stava già pregustando una vecchiaia tranquilla. Ma si sbagliava: il tempo della pensione era ancora lontano. 
Non solo un altro cambiamento - e già sarebbe stato sufficiente - ma una vera rivoluzione. Soprattutto un nuovo compito. 
Dopo tanti anni di onorato servizio era giunto il momento di coronare la lunga carriera e si presentò all'appello con la solita umiltà, un discreto entusiasmo, una certa curiosità.
Gli scaffali, aggiunti già anni prima, furono spostati, ogni volta con un lavoro certosino di svitamento e avvitamento, provati, all'occorrenza riposizionati. Lavoro delicato, perché era necessario, no indispensabile, farci stare tutto.
Finché un giorno non ben definito cominciò il trasloco. 
Scatole, sacchettini, contenitori di ogni tipo, libri, riviste, enciclopedie, un concentrato di oggetti che avevano un unico comune denominatore: me.
L'armadio divenne così una specie di sancta sanctorum: l'accesso, se non vietato, decisamente sconsigliato agli estranei; la ricerca di una qualsiasi cosa, possibile solo dietro richiesta e, ovviamente, sotto stretto controllo.
Altri due anni passarono, più o meno, e l'armadio si riempì all'inverosimile. Materiale nuovo di ogni genere utile per lavori mai cominciati oppure, peggio, cominciati e non finiti.
Troppe cose sicuramente, ma - sempre fedele al motto può sempre servire e alla convinzione di trovare il tempo per - ho continuato ad aggiungere e ad aprire le sue ante, cercando di fare quello che facevo prima, richiudendole spesso senza aver combinato nulla. Con un bimbo piccolo le priorità erano altre, si può ben capire.
L'ennesima trasformazione, l'ultima, geniale per certi versi, attuata prima di portare a termine il proposito di eliminare tutto, armadio e gran parte del contenuto, diede l'illusione di poter riprendere le attività con una certa costanza.
Non fu così. Non si riuscì ad evitare l'abbandono quasi totale. Aprire con cautela, prelevare, richiudere con la massima velocità , evitare soprattutto di entrare in contatto con ... gli scheletri dell'armadio.

Dicono che le cose succedano esattamente quando è il momento giusto, inutile forzare la mano. Credo sia vero.
Ed è cosi che, da qualche mese, è partita la riorganizzazione dell'armadio e di quello che ci sta attorno - anche di ciò che fisicamente non può stare dietro le sue ante, ma lo è idealmente.

Non è solo una questione di oggetti spostati, è molto di più.
Il blog nasce da questo, ma anche per questo.

Ah, dimenticavo, nell'armadio ci sono solo le mie cose.

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